Martedì Luglio 17 , 2018
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Il contesto

Durante il nostro censimento ripetuto in tre diversi villaggi, ogni volta accompagnati da una persona del luogo e con il consenso dei capovillaggi, ci siamo resi conto che molti bambini sono impossibilitati ad accedere alla scuola e alla vita sociale della comunità: bastano i piedi torti, o una ridotta mobilità per emarginarli nelle famiglie. La povertà peggiora ulteriormente la situazione.

Il nostro obiettivo era rompere l’isolamento in cui i bambini disabili e le loro famiglie vivevano. Per farlo era importante acquistare la loro fiducia e il loro impegno: c’era bisogno non solo di entrare nelle loro case ma di far vedere concretamente che anche il loro bambino disabile riusciva a giocare, a correre nel cortile di casa e a volte addirittura ad andare a scuola.

Abbiamo iniziato cosi le nostre “capannali” (surrogato della nostra assistenza domiciliare) portando con noi qualche colore e qualche gioco, riuscendo cosi ad entrare in contatto con le famiglie e coinvolgendo a ogni passo la comunità.

contesto_03Finalmente a fine novembre 2008 il capovillaggio, dopo un incontro con i genitori, ha deciso di mettere a disposizione un ex tabacchificio per le nostre attività: ci sono voluti molti secchi d’acqua che le mamme hanno trasportato sulle loro teste per rendere quel posto vivibile. È cosi che il centro di aggregazione ha preso piede: tutti i giorni le mamme portavano i figli e venivano a riprenderli e, col tempo, hanno iniziato a fermarsi incuriosite. Oltre ad unire i bambini, quel posto era diventato anche un luogo di incontro per delle donne che, prese dal lavoro quotidiano delle loro case, dal lavoro dei campi, dall'acqua da prendere e dalla legna da cercare, non avevano mai avuto il tempo di elaborare anche il vissuto che c’è dietro la presenza di un bambino disabile nella propria famiglia. I bambini hanno iniziato a giocare insieme, dapprima con grande fatica e poi sempre più naturalmente, aiutandosi a vicenda e divertendosi.

Anche altri bambini del villaggio venivano incuriositi da cosa si facesse in quella che, da loro, era definita la “scuola dei disabili” e spesso si fermavano a giocare tutti insieme. Se l’obiettivo era rompere l’isolamento, potevamo dire di essere sulla strada giusta. La risposta della comunità alla nostra proposta d’intervento è stata positiva e partecipativa: il capovillaggio, in quanto rappresentante della comunità e genitore lui stesso di un bambino disabile, ha dato la sua disponibilità sia dal punto di vista pratico  che partecipando ai vari incontri con le famiglie per sensibilizzare sempre di più le persone sulla problematica della disabilità, dando con la sua presenza ufficialità al nostro lavoro. Parte del nostro impegno è stato favorire l’inserimento scolastico dei bambini disabili in grado di compiere un normale percorso educativo.

 

LA STORIA DI ANISA

 

anisa_02La prima volta che l’abbiamo conosciuta si nascondeva dietro gli alberi fuori dalla sua capanna, osservandoci da lontano e scappando appena provavamo ad avvicinarci. Anisa, una bambina di otto anni, a  causa di una lievissima disabilità alle articolazioni della mano destra, era stata ritenuta incapace dalla madre di intraprendere il normale percorso di studi. Le abbiamo regalato un quaderno e, mentre gli altri bambini giocavano, lei era spesso seduta al tavolo a scrivere. Siamo partiti dal pregrafismo, dai colori e poi via con i primi numeri e lettere… e a Natale riusciva quasi a scrivere il suo nome da sola. Abbiamo parlato con la mamma che, seppure inizialmente non proprio d’accordo con noi, è andata ad  iscriverla a scuola; al preside e agli insegnanti abbiamo chiesto pazienza e collaborazione. Così Anisa alla riapertura delle scuole, a gennaio dopo le vacanze, ha potuto indossare la sua uniforme, frequentare la prima elementare, scrivere le sue prime parole, fare i primi conti e adesso vi sorride dall’ultima pagina di questo giornalino. Anisa è stata per tutto il villaggio la dimostrazione vivente di come un bambino, fino a quel giorno considerato in qualche modo diverso e incapace, fosse in grado di avere una vita normale al pari dei suoi coetanei.